Depeche Mode, Vienna, primo live europeo per ‘Delta machine’

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Depeche Mode 2

Eliminare il superfluo per tornare alle origini, cento anni dopo. Non una cosa semplice, certo, nè comoda, ma del resto a Martin Gore, che abbiamo incontrato nell’ovattata stanza di un lussuoso hotel viennese, in una domenica di primavera grigia, nevosa e fredda come solo la mitteleuropa sa offrire, le cose comode non sono mai piaciute. Anzi. “Sicuro, non è ironico?”, ci chiede lui, a poche ore dal debutto europeo dal vivo di “Delta machine”, la nuova fatica in studio dei Depeche Mode – in uscita domani – presentata poche ore fa sulle assi di una delle sali più belle del MuseumQuartier, nella capitale austriaca: “Il blues nasce dalla sofferenza, dal dolore. Eppure posso dire con certezza che non potrei stare meglio di come sto adesso”.

Già, il blues. Gore, parlando di sofferenza, di esperienze di prima mano ne può offrire parecchie. E non le nasconde: “Per anni ho pensato – sbagliando – che smettere di bere e di avere un atteggiamento edonista nei confronti della vita mi avrebbe privato dell’ispirazione”. E invece: “Questo è il secondo album che lavoro e scrivo completamente da sobrio. Adesso sono più concentrato, e il mio modo di elaborare le cose è cambiato”.

Ecco quindi “Delta machine”: il recupero – in chiave ovviamente riveduta e corretta – della tradizione delle dodici battute primigenia, quella di Son House, Charley Patton, Robert Johnson e tanti altri, ripresa, rielaborata e aggiornata a quasi un secolo dalla prima fioritura. “Il fatto è che noi siamo una band elettronica che fa una musica – il blues, appunto – nata e concepita per essere suonata con strumenti acustici e tradizionali”, racconta Gore: “Ma non c’è un concept dietro a ‘Delta machine’. Non è che ci sediamo ad un tavolo e iniziamo a discutere di come debba essere un disco. Semplicemente è successo che io e Dave (Gahan, ndr), una volta liberi dagli impegni solisti (rispettivamente con i VCMG e Soulsavers, ndr), abbiamo ripreso a scrivere con ritrovata energia. Poi, quando abbiamo scoperto di avere un po’ di materiale da parte, abbiamo iniziato a pensare ad un disco”.

Questa, in sostanza, la genesi di “Delta machine”: una volta accumulati un po’ di provini, ecco l’entrata in scena di Ben Hillier, già collaboratore del gruppo per “Sounds of the universe” e “Playing the angel”. “Una persona molto divertente”, lo dipinge Gore: “Lavorare con lui è stato un vero piacere. E’ quel genere di produttore capace di creare in studio l’atmosfera giusta. Quando gli abbiamo fatto sentire i primi provini si è entusiasmato non tanto per i brani in sè, ma per l’atmosfera che li caratterizzava”. E si torna sempre lì, al blues. “Che poi non l’abbiamo mica scoperto con ‘Delta machine'”, ci ricorda: “Il blues nella nostra musica c’è da sempre. Pensate a ‘Personal Jesus’, per esempio. E’ un blues”. Musica spirituale? “In un certo senso. Mi piace pensare che nelle nostre canzoni ci sia una spiritualità, ma non qualcosa che abbia a che fare con la religione organizzata, che credo sia una cosa sbagliata. Comunque sì, credo ci sia qualcosa di più grande dell’uomo…”.

Glissando con estrema eleganza sui talent show – che l’avevano visto impegolarsi in un’aspra polemica col patron di X Factor Simon Cowell – (“Sono un lavaggio del cervello operato sulle menti più giovani”, chiude col sorriso sulle labbra, ma in modo piuttosto sbrigativo) pur ammettendo come qualche sassolino – tutto britannico – nella scarpa sia rimasto, e dia ancora fastidio (“Il comitato olimpico per Londra 2012 non ci ha chiesto nulla, come se non esistessimo. Così come è successo ai Brit Awards: siamo stati trattati in modo terribile”), Gore si illumina parlando del tour in supporto alla nuova fatica in studio del gruppo, che partirà ufficialmente il prossimo 4 maggio da Nizza (e che toccherà anche l’Italia, per due date già quasi sold out, a Milano e Roma, nella seconda metà del prossimo luglio): “Sì, Anton Corbijn (già alla corte del gruppo dai tempi di “A question of time” del 1986, ndr) ha collaborato ancora con noi. Lui ha disegnato la scenografia e curato i visual della tournée: per realizzarli ha passato un bel po’ di tempo con me in Lousiana, dove ha girato dei filmati che abbiamo inserito nel nostro show. In effetti ci ha dato tantissimo: da quando abbiamo iniziato a collaborare con lui”, scherza (ma non troppo) Gore, “la gente ci prende più sul serio”. E oltre alla forma ci sarà anche sostanza: “Con così tanti album alle spalle, calibrare una setlist è diventato quasi un problema. Quello che inseguiamo è il giusto equilibrio tra canzoni del nuovo album e brani di repertorio. E poi ci saranno delle sorprese, perché suoneremo vecchie canzoni che dal vivo non facciamo da una vita? Quali? Non posso dirlo, sennò che sorprese sarebbero?”. (Rockol)

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