Donald Trump e il bando che non piace

FacebookTwitterGoogle+

Donald-Trump-muslim-626808

di Massimo Pisciotta

Il ‘Muslim ban’ non piace a nessuno o quasi. E’ un fatto inconfutabile. Non piace agli americani, ai governi europei, ai musulmani e forse nemmeno a parte degli elettori che, con la loro preferenza, hanno consentito a Donald Trump di alternare, davanti al proprio nome, alla definizione di tycoon quella di Presidente degli Stati Uniti d’America.

La situazione che si sta delineando in questi giorni sta assumendo sempre più i connotati del paradosso. In Gran Bretagna, una petizione che chiede di declassare il prossimo viaggio di Trump da quelle parti da visita di stato a semplice visita di un presidente straniero, ha raggiunto, in soli 2 giorni, oltre un milione e mezzo di firme . Dura nel giudizio anche la Merkel : “La necessaria e decisiva lotta al terrorismo non giustifica in alcun modo un generale sospetto contro persone di una specifica fede. L’azione contraddice il concetto fondamentale dell’aiuto internazionale ai profughi e della cooperazione internazionale”.

Tutto quello che sta accadendo risulta più comprensibile solo se riportato nel piano dello scherzo, in quella che sembra essere la giusta collocazione del ‘Muslim ban’. Forse, alla fine di tutto, calerà il mitico drappo ‘Sei su Scherzi a Parte’ a porre un accento comico sull’epilogo di questa storia. Un telo bianco da qualche sorta di balcone a riportare tutti su scenari verosimili. Il balcone appunto. Il simbolo di una politica strillata, imposta e proposta con il vestito dell’emergenza. Ed è proprio il vestito che conta perché, al netto di una verità spogliata da visioni drogate di un nemico da allontanare da casa, resta il fatto che non c’è al momento alcun pericolo per gli Stati Uniti. Nessuna emergenza tale da motivare un decreto partorito tanto in fretta quanto in maniera goffa.

I dati riferiscono che in nessun evento riconducibile alla matrice jihadista, verificatosi sul suolo americano, ci siano stati protagonisti legati ad almeno uno dei sette paesi messi al bando. Gli stessi dati che al contrario evidenziano drammaticamente come, 11 settembre a parte, non ci siano stati attentati di particolare rilevanza soprattutto se posti a paragone con la vera e prima causa di morte violenta in America: l’uso delle armi nei confronti di connazionali.

Un decreto il ‘Muslim ban’ che sorprende nella forma e nella tempistica. Una chiusura totale nei confronti di milioni di persone sulla sola base del credo religioso in totale discontinuità con tutti gli accordi internazionali. Preoccupa l’isterica scelta di imporre il proprio volere come un ordine. Senza passare da un confronto con la realtà di un paese che oggi è rappresentata da 16 procuratori generali, con in testa Bob Ferguson in carica a Washington, pronti all’azione legale contro Trump con una dichiarazione che definisce  il provvedimento ‘anti americano e illegale’.

Preoccupa ancor di più la scelta di defenestrare il ministro della Giustizia reggente Sally Yates rea di aver ordinato al Dipartimento di non difendere in tribunale il bando ai musulmani. Allontanata la Yates con l’onta di essere tacciata di tradimento. Tutti segnali che possono essere indicativi di una precoce deriva o più semplicemente il tentativo di stabilire fino a che punto lo stesso Trump potrà portare in alto l’asticella prima di scontrarsi con un sistema che, prima o poi, dovrà ricordarsi del vero valore della democrazia.

E’ certo che gli effetti della politica di Trump tocchino non soltanto la sfera sociale americana ma, su piani diversi, anche l’Europa, il Medio Oriente e l’Estremo Oriente. E’ proprio verso il Sol Levante che già da subito si è infranto il mito di Donald Trump, l’uomo forte al potere che mantiene le promesse fatte in campagna elettorale: “La Corea del Nord è un problema di Pechino. E’ tempo che i problemi dell’oriente li risolvano in oriente”. Questa è una delle frasi più volte ripetuta in giro per gli Stati Uniti nel tentativo di convincere gli americani in merito all’opportunità di un’attenzione politica introflessa e del conseguente disimpegno dal ruolo di garante e moderatore della crisi coreana. Nella realtà dei fatti, proprio dall’oriente è richiesta un’immediata presa di posizione politica su una crisi che sta subendo una velocissima escalation.

Alle minacce nucleari di Kim Jong-un, leader della Corea del Nord, il tycoon starebbe infatti rispondendo tornando sui suoi passi e, secondo fonti vicine al dittatore coreano, ci sarebbe già la bozza di un accordo dove da un lato finiscono sul piatto della bilancia le risorse minerarie rare e dall’altra l’impegno a sospendere lo sviluppo nucleare nella zona.

Questa voce è stata pubblicata in News. Contrassegna il permalink.