La Coppa Italia dei sogni

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alessandria

di Massimo Pisciotta

Il calcio non è soltanto quello proposto e veicolato dai network televisivi. Non è soltanto copertine patinate con campioni sorridenti la cui autostima è direttamente proporzionale al conto in banca. Il calcio a volte sa raccontare storie di uomini, di emozioni, sa essere più romantico di un bacio rubato sotto la pioggia battente, più struggente del quinto atto di ‘Romeo e Giulietta’. Quasi sempre queste emozioni arrivano dalla meno considerata tra le competizioni: la Coppa Italia Tim Cup.

Snobbata a tal punto che un ottavo di finale, con in campo una delle squadre più blasonate della Serie A come la Roma, si giochi in uno stadio Olimpico deserto che nemmeno nel Texas alle 14.30 di un giorno feriale.

E’ proprio in questi frangenti che l’impresa scava la sua strada tra le crepe di uno spogliatoio, quello della Roma, che non sembra più seguire il suo allenatore Rudi Garcia e si materializza nello Spezia di Mimmo Di Carlo. I liguri, seguiti da quasi 4000 tifosi come unica nota colorata di uno stadio diversamente vuoto, hanno il merito di credere da subito nel sogno. Gli spezzini si schierano in maniera ordinata in campo, attendono la Roma, provano senza successo a colpire in contropiede e, non potendo fare molto di più, trascinano i più forti avversari fino ai calci di rigore.

Dagli 11 metri la Roma è tradita dai suoi uomini più rappresentativi: prima Pjanic e poi Dzeko finiscono per ipnotizzarsi davanti la curva vuota alle spalle del portiere avversario e regalano la qualificazione allo Spezia.

Ma se la qualificazione dello Spezia ai danni della Roma ha il sapore dell’impresa, il cammino dell’Alessandria in questa edizione della Coppa Italia sta assumendo i connotati della leggenda. La compagine, proveniente dalla Lega Pro, si è cimentata ad inizio dicembre nei sedicesimi di finale contro il Palermo con lo stesso spirito con cui Davide affrontò Golia uscendone vincitore per ritrovare un malconcio Genoa agli ottavi, occasione propizia per incidere con lettere di fuoco il proprio nome nella storia del calcio.

C’è voluto tutto il coraggio della matricola per ottenere la qualificazione: dopo un vantaggio ottenuto dall’Alessandria al primo giro di lancette della ripresa ad opera di Marras, il pareggio del Genoa firmato Pavoletti negli ultimi 60 secondi avrebbe tagliato le gambe anche a professionisti col pelo sullo stomaco. Non è decisamente il caso dell’Alessandria che ai supplementari si impone grazie alla freddezza di Bocalon a pochissimo dal termine.

Proprio ai quarti di finale Spezia ed Alessandria si troveranno l’uno di fronte l’altra. Tale incrocio di fatto garantirà alle semifinali della Coppa Italia Tim Cup, quasi all’apice della competizione, una formazione proveniente da una categoria diversa dalla Serie A.

Insomma, tutto sembra condurre ad una di quelle storie di calcio che finisce nei libri di antologia o raccontata da anziani tifosi ai propri increduli nipoti. Un po’ come accade oggi a giovanissimi palermitani quando gli si racconta che anche il Palermo, partendo dalla Serie B, finì per sfidare i più grandi in una finale di Coppa Italia. Quando accade, in genere, le guance di chi racconta vengono bagnate da lacrime al pensiero di quei maledetti calci di rigore del 1973 contro il Bologna e di quei contestatissimi tempi supplementari chiusi con la rete di Causio e la vittoria della Juventus contro un indomabile Palermo nel 1979.

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