Il tecnico rosanero aveva presentato la semifinale d’andata come una partita da vincere e chiudere subito. Ma al Ceravolo il Palermo crolla e ora la rincorsa si complica davvero.
Le parole della vigilia
Il problema, alla fine, non sono state solo le gambe. Sono state anche le parole. Alla vigilia della semifinale d’andata, Filippo Inzaghi aveva parlato con grande fiducia, dicendo che il Palermo era più forte, che aveva fatto 13 punti in più del Catanzaro e che l’obiettivo era andare al Ceravolo per vincere e chiudere il discorso qualificazione.
Il verdetto del campo
Il campo, però, ha restituito un verdetto opposto. Il Catanzaro ha vinto 3-0, ha dominato il primo tempo e ha messo il Palermo davanti a una montagna quasi impossibile da scalare. Una sconfitta che pesa non solo per il risultato, ma anche per l’idea di superiorità che aveva accompagnato il Palermo per buona parte della stagione.
Ambizioni e realtà
Ed è qui che il discorso si allarga. Per mesi Inzaghi ha continuato a spingere il Palermo verso la Serie A, tra promozione diretta e playoff, insistendo sulla forza del gruppo e sulla necessità di arrivare fino in fondo. Una linea comprensibile sul piano della mentalità, ma che oggi appare molto più fragile alla luce di una semifinale in cui il Palermo ha mostrato limiti evidenti proprio nel momento in cui serviva concretezza.
La risposta del Catanzaro
Il Catanzaro, al contrario, ha risposto con i fatti. Intensità, ordine e cattiveria agonistica hanno spaccato la partita fin dai primi minuti, mentre il Palermo è sembrato fragile, prevedibile e incapace di reggere l’urto. Nel calcio contano le ambizioni, ma contano di più le prove sul campo, e al Ceravolo la distanza tra dichiarazioni e realtà è apparsa fin troppo evidente.
Il ritorno al Barbera
Ora al Palermo serve una notte perfetta al ritorno. Ma prima ancora di pensare alla rimonta, questa sconfitta impone una riflessione più ampia: nei playoff non basta dirsi più forti, bisogna dimostrarlo.
Articolo di Matteo Cancemi