l Palermo fa la partita che doveva fare: batte 2-0 il Catanzaro in un Barbera in versione notti europee, ma non basta per ribaltare il 3-0 dell’andata al Ceravolo.
Il doppio confronto si chiude 3-2 per i calabresi, che staccano il pass per la finale playoff contro il Monza, mentre ai rosanero restano applausi, rimpianti e la sensazione di aver solo sfiorato un’impresa che avrebbe riscritto la storia recente del club.
La spinta del Barbera e il gol lampo
La partita si mette subito nella direzione giusta per il Palermo: dopo pochi minuti Palumbo mette in mezzo una punizione tagliata dalla sinistra, la difesa del Catanzaro non pulisce l’area e Pohjanpalo anticipa tutti di testa per l’1-0 che fa tremare lo stadio.
Il Barbera diventa una bolgia, con oltre trentamila persone a spingere la squadra di Inzaghi e a credere nella rimonta fin dal primo pallone giocato.
Il Catanzaro prova ad abbassare i giri, tenendo palla e affidandosi all’esperienza di Iemmello per respirare quando il Palermo alza il ritmo.
I rosanero, però, restano stabilmente nella metà campo avversaria, sfiorando il raddoppio prima dell’intervallo ancora con Pohjanpalo, sul quale Pigliacelli si salva in uscita in maniera non sempre pulita ma efficace.
Secondo tempo di assedio, Rui Modesto illude nel finale
Nella ripresa il copione non cambia: il Palermo spinge, il Catanzaro soffre e prova a colpire in transizione.
Palumbo accarezza il 2-0 con una conclusione acrobatica che si stampa sul palo, mentre Pigliacelli si esalta su Johnsen e Ranocchia tenendo in vita i giallorossi.
Nel finale si gioca praticamente a una porta sola. All’89’ il Barbera esplode ancora: cross dalla destra di Ranocchia, inserimento di Rui Modesto e destro sotto misura per il 2-0 che porta il Palermo a un solo gol dalla rimonta.
Gli ultimi minuti sono un assalto confuso ma di cuore, poi il triplice fischio congela il risultato e consegna al Catanzaro la finale playoff, nonostante il ko di Palermo.
Inzaghi tra lacrime, gratitudine e una frase destinata a restare
Nel dopo partita c’è tutta la fotografia della stagione rosanero: le lacrime di Filippo Inzaghi, consolato dal figlio, gli applausi del Barbera a una squadra eliminata ma uscita tra gli abbracci del proprio popolo.
Il tecnico parla di “lezione di sport e di vita”, sottolineando come i suoi ragazzi “abbiano dato l’anima” e come il vero successo, al di là del mancato accesso alla finale, sia aver ricucito il rapporto tra squadra e tifosi.
Poi la frase che fa il giro d’Italia e che, a Palermo, suona come una promessa d’amore: “Resto? Assolutamente sì, non lascio le cose a metà. Oggi non andrei neanche al Real Madrid”.
Parole che fanno effetto non solo per l’iperbole, ma perché arrivano dopo una delusione sportiva che avrebbe potuto aprire a mille alibi e invece diventa benzina per ripartire.
Cosa resta di questa stagione e quale Palermo verrà
Oltre all’eliminazione, resta una squadra che ha chiuso la regular season a quota 72 punti, con tredici lunghezze in più proprio sul Catanzaro, e che per larghi tratti è stata tra le difese più solide del campionato.
La serata storta del Ceravolo ha pesato come un macigno sul doppio confronto, ma non può cancellare il percorso di crescita, né l’entusiasmo riacceso in città nelle ultime settimane.
Il Palermo riparte da alcuni pilastri chiari: un allenatore che ha scelto pubblicamente di restare, un gruppo che ha dimostrato di poter reggere pressioni e notti da dentro o fuori, un pubblico “da Champions League” – parole di Inzaghi – che ha trasformato il Barbera in uno stadio temuto da tutti.
La prossima stagione, inevitabilmente, dovrà portare qualcosa in più: continuità per evitare blackout come quelli visti all’andata, qualche innesto mirato di categoria e la capacità di arrivare ai playoff non solo da protagonista, ma da squadra pronta a completare il salto.
La sensazione, però, è che stavolta il Palermo abbia davvero una base su cui costruire: non solo punti e numeri, ma identità, appartenenza e un legame ritrovato tra campo e città.
Se la promessa di Inzaghi verrà mantenuta, il 2-0 al Catanzaro potrebbe essere ricordato non solo come una vittoria inutile, ma come l’ultima pagina del preludio a qualcosa di più grande.
Articolo di Matteo Cancemi